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Montecarlo, un piccolo comune della provincia di Lucca caratterizzato da un borgo medievale e terreni
collinari sui quali si allungano a perdita d'occhio filari di viti e piante di olivi.
Proprio nel comune di Montecarlo furono impiantati i primi vitigni internazionali, provenienti d'Oltralpe creando l'uvaggio alla francese che contraddistingue il vino bianco di Montecarlo riconosciuto con disciplinare Doc nel 1969.
Le uve francesi e la terre toscane danno origine a un vino bianco dal profumo delicato e caratteristico, armonico e rotondo che si apprezza con i piatti della tradizione culinaria lucchese e ricette a base di pesce.
Oltre all'apprezzato bianco, anche un vino rosso, il rosso di Montecarlo tutelato dalla doc a partire dal 1986, che unisce uve sangiovese (in maggioranza) oltre a percentuali di canaiolo, syrah, malvasia nera, colorino e ciliegiolo che rendono il vino di Montecarlo, un rosso dal profumo deciso e piacevole.
Da visitare la Fortezza, risalente al 1333, la Collegiata di Sant'Andrea e la pieve di San Pietro in Campo.

Il Comune di Montecarlo è posto in Provincia di Lucca ed il suo territorio ha un'estensione di 1559 ettari ed una popolazione di circa 4.335 abitanti. Il Centro storico, ben conservato ed ancora circondato dalla splendida cinta muraria, sorge su di un colle isolato, ad un altezza di m. 163 s.l.m.
Il territorio del Comune è costituito da agglomerati storicamente riconosciuti dalla Comunità dei quali i più significativi sono: Capoluogo, Fornace, Gossi, Luciani, Micheloni, San Giuseppe, San Piero, San Salvatore e Turchetto. Il Paese di Montecarlo, posto sul crinale della dorsale che separa la Valdinievole dalla Piana di Lucca, venne costruito nel 1333 per raccogliere presso la rocca del Cerruglio gli abitanti della Comunità di Vivinaia distrutta dai fiorentini nel 1331.
Il borgo venne chiamato Montecarlo in onore del Principe Carlo figlio del Re Giovanni di Boemia, liberatore di Lucca dall'occupazione pisana. Il principe, divenuto Imperatore con il nome di Carlo IV, venne più volte a Montecarlo occupandosi della fortificazione della rocca che si rivelò un presidio strategico nelle guerre che si combatterono nel XIV secolo fra Lucca, Pisa e Firenze.

All'inizio della sua storia la terra di Montecarlo fu sottoposta al dominio di Lucca e vi rimase per tutto il corso del XIV secolo con la sola parentesi del periodo 1342-1369 quando fu direttamente alle dipendenze del Comune di Pisa. Nel 1437, durante la guerra fra Lucca e Firenze, cadde definitivamente nelle mani dei fiorentini del cui contado fece parte fino all'Unità d'Italia. La Fortezza, simbolo storico di Montecarlo, sorge sul punto più alto del colle del Cerruglio e la sua parte più antica, risalente ai primi anni del XIV secolo, ha l'aspetto di un triangolo isoscele con gli angoli che si saldano nella Torre del Mastio ed in quelle dell'Apparizione e di S. Barbara. Successivamente, fu ampliata nel '400 ad opera di Paolo Guinigi Signore di Lucca e completata nel 1555 per ordine del Granduca Cosimo I dei Medici. Lo stesso Granduca visitò personalmente Montecarlo e dispose ampi lavori di fortificazione fra cui l'imponente bastione di Piazza d'Armi. Mutate le condizioni politiche generali, i Granduchi succedutisi abbandonarono i dispendiosi progetti e le opere militari. Infine, nel 1775 Pietro Leopoldo mise in disarmo la fortezza che, dopo essere passata in proprietà al Comune, fu successivamente ceduta ai privati. Montecarlo assunse quindi le caratteristiche di un piccolo borgo cittadino dove si scoprirono le delizie del soggiorno estivo ed autunnale e da cui si poteva ammirare lo splendore e la vastità del panorama circostante.

L'impianto urbano di Montecarlo è organizzato su direttrici parallele e ortogonali, circondato da mura fortificate, dentro le quali si innalza il maestoso Campanile della Collegiata di Sant'Andrea, visibile da tutta la pianura circostante. Delle Porte trecentesche che si aprivano lungo le mura rimangono la Porta Fiorentina a est, la Porticciola a ovest verso Lucca, mentre la Porta Nuova a sud fu riaperta alla fine del Cinquecento.
Sulla strada principale, già Via Grande e oggi Via Roma, troviamo la Chiesa Collegiata di S. Andrea, ristrutturata verso la fine del 1700, ma che della costruzione trecentesca conserva ancora la facciata e il portale. All'interno si trova la cappella della Madonna del Soccorso, protettrice dei montecarlesi: l'affresco in essa racchiuso, risalente alla fine del 1400, rappresenta la Madonna nell'atto di proteggere un bambino dalle insidie del demonio, ricordo di una leggenda paesana che narra del miracolo dell'apparizione della Madonna sulla torre della fortezza per difendere il paese da un attacco delle soldatesche pisane. All'inizio della Via Roma, fra la Piazza della Fortezza e quella della Chiesa, si trova uno dei più vasti edifici di Montecarlo: l'Istituto Pellegrini Carmignani, attualmente dipinto di colore bianco, già Monastero delle suore Clarisse, è oggi sede della Biblioteca Comunale, dell'Archivio storico e di deposito del Comune, nonché di diverse associazioni paesane.
Accessibile a tutti i visitatori è la piccola chiesa del convento, la Chiesa di S. Anna, con ingresso in Via Roma, (con il simpatico sovrastante coretto), e l'ex chiostro del monastero oggi trasformato in giardino pubblico. Nella vicina Via Carmignani si trova il Teatro Comunale dei Rassicurati che, costruito nei primi anni del 1700 per volere di un'associazione di benestanti e possidenti del paese chiamata Accademia degli Assicurati, è ancora oggi centro di una notevole attività culturale e teatrale. Ai piedi della collina di Montecarlo, sulla strada che porta a Pescia, sorge l'antichissima Pieve di San Piero in Campo già ricordata in una pergamena del IX secolo; la chiesa attuale risale al secolo XII ed è un purissimo esempio di Chiesa romanica a tre navate.

Le Mura e le Porte
Il perimetro delle mura del paese si sviluppa per 850 metri: esse vennero costruite fra il 1333 e il 1337: la cerchia è attualmente intatta, salvo nel punto in cui venne praticata una breccia di pochi metri presso la Fortezza, per far passare la cosiddetta Via Nuova, che immette nella Piazza Garibaldi. La cinta ebbe nove torri, tutte a pianta rettangolare, salvo la cosiddetta 'Tomba', a pianta semicircolare: ebbero tutte un nome diverso, solitamente ispirato al Santo della località verso cui erano rivolte: S. Jacopo verso Altopascio, S. Piero verso S. Piero in Campo, S. Margherita verso l'eremo omonimo ad Ovest del paese. Furono progettate quattro porte (alle quali facevano guardia la notte e il giorno gli abitanti stessi), tre delle quali ancora esistenti, mentre una venne murata in epoca imprecisata, probabilmente in occasione di uno degli ampliamenti che la Fortezza subì nel '500. La cosiddetta Porta Imperiale, che immetteva nella prospettiva della Via Roma verso la Fortezza, venne chiusa forse già nel '400 e trasformata in un blocco fortificato, chiamato 'Rocchetta', simmetrico alla Rocca dalla parte opposta dell'abitato, e venne riaperta solo nel 1598, assumendo così il nome di Porta Nuova.
L'ingresso principale rimase quindi per almeno due secoli la Porta Fiorentina, già detta Porta di S. Andrea, munita di anteporto e ponte levatoio sul fossato che circondava le mura, orlata in origine da merli e decorata nel '500 da un grande stemma mediceo dipinto. Altro ponte levatoio si trovava davanti all'odierna 'Porticciola', situata di faccia alla chiesa, forse nata più come porta destinata al servizio del vicino palazzo del Vicario, che come porta di traffico urbano. Molti tratti della cerchia muraria sono costituiti da grandi archi tamponati da una cortina di sassi e calce, probabilmente nell'intento di risparmiare sul materiale e sul tempo di realizzazione dell'opera, che ebbe bisogno già nel '300 di restauri in parecchi punti (solo nel 1382 furono acquistati cinquantamila mattoni a tale scopo), e nei documenti dei secoli seguenti appare sempre costellata di buchi; nel 1389 ne cadde perfino una parte 'per la piova'.
Un'altra parte invece, quella verso Pescia, appare costruita in regolare opera di muro massiccio e di pietre grossolanamente squadrate. Un camminamento correva sulla cresta delle muraglie, dotato nel sec. XIV di ringhiere e travi in legno di castagno; ai piedi della cinta si sviluppava la cosiddetta 'via delle mura', che girava intorno a tutto il paese per consentire un rapido spostamento di truppe da un punto all'altro. Dal '500 i privati si appropriarono di alcuni tratti della via per ampliare le proprie case, a volte appoggiando archi e terrazze, e poi costruzioni intere, sulle mura stesse, per cui oggi la 'via delle mura' resta nel suo antico corso solo per pochi tratti.
Una volta di nuovo davanti alla chiesa, è possibile iniziare il giro delle mura dirigendosi verso la porta Castellana (la 'Porticciola'); usciti sulla piccola discesa esterna e prendendo verso sinistra, ci si dirige verso la Porta Nuova sulla via di Benevici, trecentesca strada di circonvallazione di tutto il borgo di Montecarlo. Restano sulla sinistra le mura, alle quali si sono addossate nei secoli le case, e sono visibili le basi delle torri mozzate, in una delle quali, quasi subito, si può scorgere una palla di pietra, antico proiettile degli assedi fiorentini del primo '400. E' ben evidente la caratteristica struttura ad archi di gran parte della cerchia, oggi abbellita da un manto di edera e da folti ciuffi di cappero. Risalendo alla Porta Nuova verso il paese e costeggiando le mura fino alla Porta Fiorentina, è possibile scendere sino alla Via della Pubblica Fonte, la quale conserva ancora l'antico acciottolato, fino alla fontana del pisciolino; risalendo l'asfaltata via Carlo IV, ad un certo punto si può entrare nel bosco ed avvicinarsi al lato settentrionale delle mura, nelle quali prevale l'uso della pietra, fino alla Piazza d'Armi.

Storia del Vino di Montecarlo
Le testimonianze dell'attività nel settore vinicolo relative al territorio di Montecarlo sono molto antiche: per la zona di S. Piero in Campo, in un documento dell'anno 846 d.C., si parla di rendite livellarie in natura, consistenti anche in 'vino puro, di uva pigiata tre volte secondo le regole, e poi svinata'. Nei secoli successivi, soprattutto alla fine del Medioevo, la produzione di vino accrebbe, grazie ai frequenti disboscamenti e alle bonifiche avvenuti nei dintorni del paese odierno, di alcuni dei quali 6 rimasta memoria nelle pergamene duecentesche dell'Abbazia di Pozzeveri, che parlano tra l'altro dei terreni più soleggiati del versante sud-est della collina di Montecarlo, noti col nome di Coste di Vivinaia, paese che precedette Montecarlo sullo spartiacque del colle. La storia del borgo si intreccia indissolubilmente con quella del suo vino; un destino che si riscontra nel significato del suo antico nome Vivinaia, ossia passaggio della Via del Vino, che attraversava tutta la collina di Montecarlo. L'esistenza di questa Via, che ebbe notevole importanza fino al tardo medioevo, è significativa del fatto che la caratteristica preminente dì questo territorio erano le vigne, e notevole e pregiata la produzione del suo vino. In quel tempo, come per tutto l'Occidente, grande fu l'influenza che esercitarono gli ordini religiosi sulla produzione del vino; testimonianza ne fu il Monastero di Benedettini fondato nel 1200 a S. Martino in Colle, che contribuì a conferire quello caratteristiche che nell'età dei liberi Comuni vennero riconosciuto al vino di Montecarlo: 'chiaro, vermiglio, puro e franco'.
Nel 1371 compaiono i primi nomi dei tavernieri che sigillano barili di vino Trebbiano e carri di vino rosso da vendere al minuto, o meglio nelle taverne del paese, pagando in media otto soldi di gabella per mezzo quarto. La gabella era una sorta di dazio che veniva pagato a particolari ufficiali di Lucca al momento dell'ingresso all'interno delle mura, per alcune merci di maggior consumo. Il vino di Montecarlo per tutto il XIV sec. veniva commercializzato ad Altopascio (che allora era un piccolo villaggio del Comune di Montecarlo) e mediante il lago di Bientina verso Pisa. Naturalmente a Lucca e, sotto il dominio fiorentino, anche a Firenze. Si legge che sino al 1567 la comunità paesana offriva vari fiaschi di Trebbiano al Duca Cosimo I De Medici, alla cui corte 'i grappoli d'uva di Montecarlo e il Trebbiano di quella comunità rallegrava i commensali'. L'opera appassionata del Prof. Federico Melis ha potuto dimostrare che proprio tra il 1400 e il 1500 il vino bianco di Montecarlo raggiungeva, nelle contrattazioni sul mercato di Firenze, prezzi superiori a qualsiasi altro vino.
Ma i vini di Montecarlo raggiunsero anche un'altra importante corte della cristianità, quella dei Papi. Nel 1408 il Papa Gregorio XII venne rapito dall'eccellente vino del luogo, assaggiandolo a pranzo durante una visita a Lucca, e da quel momento non se ne staccò più, ordinando che le cucine pontificie se ne procurassero per imbandire le mense papali. La consuetudine che il piccolo paese aveva di onorare i personaggi di casa Medici con il suo più prezioso prodotto, proseguì nel secolo seguente, quando ogni anno veniva ordinato per la festività del glorioso San Giovanni Battista venti fiaschi di trebbiano della 'Comunità di Montecarlo' (6 giugno 1626). Altro grande avvenimento fu la presenza dei vini di Montecarlo sulla tavola delle nozze reali del Principe Umberto di Savoia e Maria Josè, al Quirinale nel 1930. A quel tempo i vini della Fattoria Marchi Magnani e di altri produttori, Fattoria Pucci, Carrara, Pardocchi, De Dominicis, ottennero numerosi riconoscimenti in Italia e all'estero. Il vino allora era conosciuto da tutti come 'Lo Chablis di Montecarlo'. Attualmente, in particolare modo negli ultimi 10/15 anni, c ‘è stato nella zona un rinnovamento viticolo e tecnologico che ha portato i vini delle aziende montecarlesi ad essere citate con ottimi punteggi sulle principali Guide Italiane ed Internazionali ed apprezzato nelle migliori enoteche e nei più buoni ristoranti.
Concludiamo questo viaggio nella storia del vino di Montecarlo con i versi di una lode cantata dal poeta aretino Francesco Redi, che nel suo celebre 'Bacco in Toscana' nel 1840 scrisse 'egli è il vero oro potabile, che mandar suole in esilio ogni male irrimediabile'.

I vitigni di Montecarlo
Per migliorare ulteriormente i propri vini, un illuminato ed appassionato viticultore montecarlese, Giulio Magnani, a quel tempo proprietario della Fattoria Marchi Magnani (ora Mazzini), intorno al 1870, partì alla volta della Francia per studiare i vitigni e le tecniche di vinificazione dei nostri cugini d'Oltralpe che a quel tempo producevano già dei vini apprezzati anche fuori dei loro confini. Si recò quindi nella zona di Bordeaux e da quei luoghi portò a Montecarlo il Sauvignon, il Semillon, il Merlot, il Cabernet Franc ed il Cabernet Sauvignon. Ancora, riportò dalla zona del Rodano il Roussanne ed il Syrah e dalla Borgogna i Pinot bianco e grigio. Tornato a caso, sperimentò le percentuali giuste dei vitigni da aggiungere al Trebbiano al fine di produrre un vino più elegante, morbido e profumato.
Proprio questi vitigni, compresi nel disciplinare del vino DOC di Montecarlo, hanno caratterizzato profondamente l'assoluta singolarità di questi vini, che vantano oltre un secolo di felicissimo ambientamento e armonico radicamento nel territorio di Montecarlo, Altopascio, Capannori e Porcari, i quattro paesi che formano il terroir dei vini di Montecarlo. Si è realizzato così un armonico blend tra i vini autoctoni e i vitigni cd migliorativi di origine francese, secondo le tendenze e gli orientamenti della più innovativa scienza viticola italiana e toscana.

IL DISCIPLINARE DI PRODUZIONE
Con decreto del Presidente della Repubblica del 13 agosto 1969 avveniva il riconoscimento della denominazione di origine controllata del vino 'Montecarlo Bianco' e l'approvazione del relativo disciplinare di produzione. Il l° ottobre 1985 avveniva il riconoscimento della denominazione di origine controllata del 'Montecarlo Rosso'. Nel 1994 si ha un ulteriore modifica del disciplinare di produzione.
Per il Montecarlo Bianco è prevista la presenza delle seguenti uve: 40-60% Trebbiano Toscano e per il restante 40-60% Semillon, Pinot Gris e Bianco, Vermentino, Sauvignon, Roussanne, globalmente considerati, purché almeno tre dei vitigni indicati raggiungano singolarmente la percentuale del 10%.
Per il Montecarlo Rosso è prevista la presenza delle seguenti uve: 50-75% Sangiovese, 5-15% Canaiolo nero, 10-15% singolarmente o congiuntamente Ciliegiolo, Colorino, Malvasia Nera, Syrah, Cabemet Franc, Cabemet Sauvignon, Merlot. All'art 5 del decreto del 1994 viene riconosciuta un denominazione aggiuntiva di 'Riserva' per il Montecarlo Rosso, se il vino proviene da uve che assicurano un grado alcolometrico volumico totale minimo di 11.5% e se viene sottoposto ad un periodo di invecchiamento obbligatorio non inferiore a due anni, di cui almeno sei mesi di affinamento in bottiglia.

L'OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA NELLA TRADIZIONE MONTECARLESE
Tra i prodotti tipici della Lucchesia l'olio extravergine di oliva è sicuramente il più noto, conosciuto sin dall'antichità per la delicatezza del suo sapore e la bassa acidità. Divenne famoso nel mondo non solo per la sua appetitosa fragranza, per il suo delicato e inconfondibile sapore di frutto, per il suo colore dorato e brillante, ma soprattutto perché è molto fluido e leggero, gustoso e digeribile. L'olio della Lucchesia 'nutrisce e risana mirabilmente l'organismo; altamente apprezzato dai buongustai è ideale per tutte le diete ed in specie per quelle dei bambini, degli anziani e dei malati'. I recenti studi sulle proprietà dell'olio extravergine di oliva rispetto alla salute umana, hanno portato ad una vera riscoperta di questo antico condimento. La medicina sostiene che un'assunzione equilibrata di lipidi contenenti un giusto quantitativo di polisaturi e di agenti anti-ossidanti sia la via migliore per consentire una vita sana e longeva, e questo equilibrio si trova nell'olio extravergine di oliva. Pare poi che quello di Lucca abbia un elevatissimo contenuto in gliceridi, in acido oleico insaturo, in enzimi e in vitamine nobili.

Le caratteristiche organolettiche dell'olio extravergine di oliva lucchese e montecarlese in particolare sono: colore giallo oro con riflessi verdognoli, profumo fruttato, sapore delicato con retrogusto di mandorla, acidità non superiore a 0.4%. Ricordo che i tipi di olio accettati dalla Comunità Europea sono nove, ma solo quattro hanno l'acidità adatta al consumo, con in testa l'olio extravergine di oliva per acidità inferiore all'l%, secondo l'olio vergine per acidità inferiore al 2%, seguono l'olio di oliva e l'olio di sansa di oliva.

Ponga attenzione il consumatore alla scritta 'prodotto' a Montecarlo, per essere sicuro di acquistare un autentico olio extravergine di oliva dei colli lucchesi, di inequivocabile originalità.

L olio si ottiene dagli oliveti che adornano i colli della Lucchesia, provenienti da varietà di olive particolari quali la 'frantoiana' e la 'leccina'. Essendo la proprietà molto frazionata e spesso suddivisa in terrazzamenti, la raccolta delle olive avviene rigorosamente a mano secondo il metodo della 'brucatura', nel giusto periodo dell'anno. Quello consigliabile intercorre fra la seconda metà di novembre e la prima di gennaio, cioè quanto l'oliva comincia a 'morellarsi' (scurirsi) perché così, non essendo molto matura, non rischia - cadendo - di rompere la pellicola esterna e quindi di fermentare. Questo procedimento penalizza la quantità ma garantisce un'altissima qualità al prodotto finale. Le olive, perfettamente sane e raccolte direttamente dalla pianta a giusta maturazione, sono spremute in tempi rapidi e comunque entro un massimo di tre giorni, presso i frantoi tradizionali a macine di pietra o presso i frantoi moderni a spremitura soffice. L'oliva viene franta secondo le seguenti fasi: defogliazione, lavaggio delle olive, frangitura vera e propria. Ne esce una pasta che, introdotta in una macchina a lavaggio continuo, restituisce il liquido distinguendolo in olio, acqua, sansa.

Di recente sono stati realizzati impianti di ulivi a monocono con irrigazione a goccia, cercando la coniugazione tra coltivazione tradizionale e tecnologia moderna.

Infine alcuni consigli sulla conservazione. L'olio extravergine di oliva si può consumare appena franto, infatti, appena spremuto esprime al massimo grado i profumi e gli aromi della sua fragranza. Invito il turista che visita la Lucchesia tra novembre e gennaio a prenotare una visita presso i frantoi privati o quello sociale del Compitese, per degustare gli oli appena spremuti: autentici succhi di oliva, da consumare al meglio su pane casareccio abbrustolito. Per i successivi sei mesi conserva il sapore caratteristico e personale che ha quando è appena franto. In seguito si addolcisce ed ha inizio un lento processo di ossidazione, permanendo comunque inalterate per circa diciotto mesi le qualità organolettiche. Nemico mortale dell'olio è la luce. Essa infatti accelera il processo di ossidazione; il calore ne abbrevia la vita compromettendone le caratteristiche organolettiche il freddo è meno dannoso del caldo, ma la temperatura ideale per la conservazione è intorno ai 12-14 gradi.

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